Eclissi

Oggi è stata una giornata no. Ma veramente no di quelle che non mi capitavano da tanto tempo. Forse la luna, forse l’eclissi. Sono sempre stato influenzato dalla luna. La adoro, la venero, forse immagine di un femminile archetipico, da quando ero piccolo e gridavo disperato dalla finestra voiooo luna. Forse ho sempre e solo sognato troppo e forse la vita non corrisponde ai sogni che si fanno alle migliori intenzioni che si hanno. E così mi ritrovo a guardarla quella luna ed a porle domande cui non può rispondere, come il vento dei king Crimson, the wind cannot hear. E così la luna appena intaccata dall’ombra mi guarda probabilmente benevola che quanti turbamenti avrà visto nella sua orbita scolpita intorno alla terra, quante ingiustizie e quanta bellezza, se solo potesse raccontarlo. E deve essere proprio così il mio animo è guidato dalla luna dalla sua forza capace di regolare le maree sulla terra ed i sogni degli umani che sanno sognare.

La linea sottile

Ho ritrovato dei racconti scritti in un’altra vita, sono sempre io, ripiegato su mille pensieri e sensazioni e sempre con questa distonia tra vissuto e sentito, questo risale al 28 Novembre 2005, periodo parecchio intricato.

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Una notte in giro per Pisa pensando

“The very fine line between loneliness and solitude, reflection; being alone, always appealed to me when I was a kid.”

(Brad Mehldau)

Un fine settimana intenso, fine settimana di pioggia, note e chilometri. Rimango sempre un po’ stupito dalle sensazioni che mi si rovesciano addosso in alcune circostanze, il senso di solitudine che mi prende, spesso per contrasto proprio nei momenti di maggior casino intorno. Venerdì, inizio concerto ore 22 Livorno, c’è qualcosa che non mi convince, sarà il vento con la pioggia, un certo grado di ’squallore’ nei discorsi pre concerto, il disprezzo piu’ assoluto della musica da parte del trombettista e del bassista, per motivi opposti, il trombettista troppo snob per credere che la musica cubana sia degna di essere suonata bene ( ed infatti la suona male, perchè non ascolta, non conosce, non ama….), il bassista perchè proprio della musica non ha nessun rispetto. Insomma il concerto passa abbastanza in maniera indolore, mi concentro sul pianoforte ahime digitale e faccio quello che posso,  cercando di tenere le interferenze fuori dalla porta, anche se questo processo consuma energia. Alla fine del concerto sono davvero immerso nel senso di solitudine ed estraneità, chissà se riusciro mai a gestire questa cosa, questo senso di alienazione che mi riempie, un caffè di corsa, e smontare il pianoforte, in macchina verso Empoli.

 

La strada è bagnata, diluvia, le luci delle macchine di fronte, qualche nota sgraziata del concerto che continua a risuonarmi in testa, arrivo ad Empoli verso le 2.30 riesco con difficoltà a trovare la casa dove c’è la festa di laurea di Lotta, quando arrivo sono rimaste poche persone, quasi tutti musicisti.
Tanto per cercare di allontanare da me la negatività che ho accumulato, bevo un bicchiere di vino ed inizio a parlottare con il batterista, vedo con dispiacere che non è montato un pianoforte ma un hammond. Odio suonare l’hammond, non è il mio strumento, non lo so controllare, non lo so gestire, non abbiamo intesa io e quel mostro di suono. Faccio un paio di brani, e poi capisco che non è cosa, allora lascio lo strumento al suo proprietario che lo sa far ruggire come si deve, e mi perdo inesorabilmente dietro i miei fili mentali. Piano piano la festa si svuota e rimaniamo in 4, le ultime chiacchiere una partita a ping pong alle 6 di mattina (ma quanto cavolo di fiato ci vuole per giocare a ping pong…) e di nuovo in macchina verso Pisa, sotto una pioggia battente, le corse di 4 imbecilli sprezzanti della vita altrui ed arrivo a casa alle 7.30, un caffè una doccia ed a letto che alle 17.30 devo ripartire per suonare a Cecina.

Sveglia alle 15.30, sonno agitato, mal di testa da eccesso alcolico, e da stanchezza non smaltita, colazione rincoglionito sul divano, doccia e sono già le 16.30 riordino le idee per il concerto della sera, repertorio tutto nuovo, cubano tradizionale con un bassista nuovo. Finalmente potrò suonare i brani di Lecuona, adoro quell’uomo, un pianista ed un compositore raffinatissimo, La comparsaSiboney, brani ricchissimi armonicamente, ritmicamente, una vera meraviglia, il pensiero di quella musica mi riscalda. Partenza ancora tanto per cambiare sotto acqua neve, piove piove piove, non ce la faccio più piove da 4 giorni senza sosta. All’arrivo al locale a Cecina, mi avvento subito sul pianoforte, per conoscerci un pochino, cercare di capire se sarò solo durante la serata oppure anche lui potrà darmi una mano.
Lo tocco, cerco di capire un po la sua storia, ma non mi risponde è pigro, è un pianoforte a noleggio di scarsa qualità coreana, un pianoforte che è stato poco amato, poco curato, e reagisce con un suono sottile, piccolo, che non ha corpo, che cerca di interferire negativamente con le idee musicali, cerco un canale per comunicare ma non ce la faccio.
I pianoforti sono tutti diversi, da un pianoforte può dipendere l’esito di un concerto, nel bene e nel male, il pianoforte del concerto di Colonia, era un pianoforte un po sgraziato, messo non bene, ma probabilmente solo lui poteva entrare in contatto con Jarrett quella sera, un’altro più nobile, più dignitoso, non avrebbe reso possibile l’atmosfera del concerto. Un buon pianoforte, un pianoforte adatto al tuo umore è un’ arma incredibile, ti fornisce idee.

La maledizione di noi pianisti, non essere a contatto con il suono, abbiamo un’interfaccia complicatissima tra il pensiero ed il suono, e pochi pianisti la conoscono e per questo non sanno controllare il suono, e la maledizione di non poter portare con noi il nostro strumento, quello che ci conosce in ogni piccolo angolo del nostro pensiero, nei momenti belli ed in quelli brutti, quello che noi amiamo e proteggiamo e curiamo, ogni volta su un corpo diverso, far scivolare le dita su questa interfaccia che ogni volta è diversa, non risponde come ci aspetteremmo, un po più rigida, un po più leggera, il corpo del suono.

A volte se ti capita di suonare un grande pianoforte, che ha avuto le cure giuste come lo Steinway del Teatro del Sale a Firenze, la sintonia scatta immediata, lui ti capisce, si lascia capire, e le mani ed i tasti si fondono per arrivare a toccare le corde, l’interfaccia diventa trasparente, se invece il pianoforte è un povero coreano finito nel girone infernale dei noleggi, l’interfaccia diventa il suono ed addio ad ogni velleità. Il concerto è stato difficile, per il pianoforte che non rispondeva, il bassista nevrotico per questa prima serata, che riusciva a sbagliare tutto quello che si riusciva ad immaginare, Felipe che non aveva alcuna voglia di suonare, il pubblico decisamente night anni 70 che popolava il locale.

Archiviazione immediata senza rimpianti, e viaggio di ritorno, in macchina metto un disco di Chucho Valdes, Biryumba Palo Congo (Religion of the Congo tradotto), un disco che fonde la tradizione africana, con il Gospel ed il jazzRapsodia in blu su ritmica Danzon (un vero omaggio a Lecuona che suonò la rapsodia in blu davanti a Gershwin a NY e lo stesso Gershwin rimase ammirato dalla forza e dalla classe di questo pianista), fino a quando arriva l’ultimo brano un gospel africano, mistico, quasi una specie di liturgia musicale, voce, coro. Pianoforte percussivo, pattern ritmici, poliritmi, tutto talmente naturale da sembrare ‘ovvio’.

 

Ed e’ in questi momenti che si verifica la vera disgiunzione sensoriale, ascoltare le note di Gershwin, mi mette sempre in uno stato d’animo strano, come se non potesse capitare niente di male, e contemporaneamente sento il mostro, ed il contrasto è sempre forte e mi lascia confuso. Ancora sonno agitato, rimango a letto fino alle 4 di pomeriggio, aprendo gli occhi di tanto in tanto, rispondendo a qualche messaggio a qualche telefonata, ed il resto della giornata di ieri è una camera di decompressione, alcune domande ieri sera a cui è difficile rispondere e che sono il punto centrale della mia vita attuale, l’infinito, dove cercarlo, esiste, non smettere di crederci, sapere perchè ci si sveglia, perchè si ama, perchè si provano alcune sensazioni, perchè perchè , ma sono poi necessari tutti questi perchè?  Forse basterebbe sentire, e non aver paura di sentire e mai sottovalutare le conseguenze del sentire senza ma ne perchè.

 

La cattedrale sui tetti

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Stanotte sono in Puglia per lavoro, mi piace tornare nella mia Puglia, così per un paio di giorni, con sempre questa strana sensazione addosso.

Mi piace venire a Trani a dormire, perchè è un posto unico, quella cattedrale sul mare, che già lo scorso anno avevo visitato, e questo silenzio su un tetto, con questa aria autunnale. E sentire che tutto dentro si placa, i rumori, i dolori, le ansie, tutte sospese in questa notte autunnale su un tetto da solo, a guardare questa meraviglia di fronte, ad ascoltare solo qualche cane in lontananza accarezzato da un’arietta fresca autunnale.

A volte ho la tentazione di ritornare in questa terra, sempre questa ricerca delle radici della casa, chissà che prima o poi non lo faccia, adesso le condizioni ci sarebbero anche per farlo. Magari una casa con un tetto come questo in cui passare del tempo a guardare il cielo, ad ascoltare il vento, a ritornare in contatto con me stesso.

Volver,
Con la frente marchita,
Las nieves del tiempo
Platearon mi sien.
Sentir, que es un soplo la vida,
Que veinte años no es nada,
Que febril la mirada
Errante en las sombras
Te busca y te nombra.
Vivir,
Con el alma aferrada
A un dulce recuerdo,
Que lloro otra vez.

Monte Serra

Il monte serra, i pisani lo conoscono bene. Io non sono di Pisa, in un certo senso lo sono diventato con gli anni. E questo monte ha sempre rappresentato per me qualcosa di speciale. Da quando studiavo all’università, spesso la notte, mi piaceva prendere la macchina, la mia fantastica Uno Sting color carta da zucchero, e salire sul monte, passando da La Gabella, Calci, Pieve 3 colli, fino ad un bellissimo spiazzo sul monte. E passavo il tempo anche ore, in compagnia di animaletti notturni che ogni tanto venivano a farmi visita, volpi, ricci, gatti selvatici, gufi, stelle, musica e pensieri.

Tante notti ho passato li, ed alcuni momenti tra i più belli della mia vita, li ho trascorsi li con una persona che ho amato tanto. E tante cene negli agriturismi sul monte con gli amici.  Le foto alla cometa Hale Bopp al perielio nel 1997, incontri estemporanei per le strade di montagna, luci, odori, freddo.Pisa vista da quella prospettiva è ancora più bella, a volte puoi fare finta che sembri Los Angeles, come in strade perdute di David Lynch e come nella foto che posto, fatta una serata di quest’estate che ho ancora una volta trascorso su quel monte da solo.

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Una figura che potete vedere anche nello sfondo di questo blog, presenza costante ma discreta di questa meravigliosa città che è Pisa.

Qualche giorno fa è bruciato tutto, l’inizio è stato subdolo, ero in giro per la città Lunedì ed all’improvviso abbiamo sentito uno strano odore acre di fumo, la luna era arancione e pioveva cenere. In pochi minuti abbiamo realizzato che c’era un incendio. Ci siamo precipitati a guardare passando per La Gabella, Calci ed abbiamo visto le fiamme alte, fucsia, che minacciavano la Certosa di Calci, le persone che cercavano di rientrare di corsa in casa, per prendere qualcosa, o salvare i propri animali, i volontari della Protezione Civile, iniziare il lavoro durissimo.

Ed il vento, c’era un vento crudele che spingeva le fiamme, e le ha spinte tutta la notte, fiamme certamente accese da mano crudele e spietata, approfittando di un vento altrettanto crudele, e le fiammo giù dai cristalli, verso montemagno, calci, caprona, vicopisano, la lombardona.

Troppo violento per essere controllato senza mezzi aerei, una notte passata inquieto a guardare ed annusare il fumo di quella distruzione. Ci vuole tanto tempo per costruire, così poco per distruggere, siamo fatti così noi uomini, quello che la natura con pazienza costruisce, boschi, vite, ecosistemi, in anni, secoli, noi lo distruggiamo in minuti, ore, giorni. E la mattina dopo alle sei sentire il rumore degli aerei che provavano a spegnere il rogo.

Ho pianto, lacrime vive, di disperazione, per un luogo del cuore, se le lacrime che hanno versato molti pisani fossero state canalizzate verso il monte, probabilmente quell’incendio lo avremmo spento. Animali morti, alberi bruciati, uliveti distrutti, aziende rase al suolo. 1200 ettari di bosco bellisimo andati in fumo, 15 anni previsti per riavere il bosco.

Vi lascio alcune delle immagini più crudeli che ho visto su questo incendio, molto trascurato dai media nazionali, profondamente inciso nel cuore dei pisani e di tutti i toscani dei dintorni che quel monte lo vedono tutti i giorni. Ed ho capito che si appartiene ad un posto non per diritto di nascita, ma per le esperienze che hai fatto in quel posto e mai mi sono sentito appartenere tanto ad una comunità, ad un posto come questa volta, il disagio fisico, il dolore che ho provato per questo scempio, me lo hanno dimostrato plasticamente. My heart is in the highland.

 

Anima senza angoli

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L’autunno mi fa sempre una strana impressione. Aria dolce, aria crudele. La freschezza, la preparazione della natura al letargo inveranle, celano allo stesso tempo la sospensione e la rigenerazione della vita. Sarà questa alternanza tra arancione ed azzurro, tra caldo e freddo, tra sensazioni piacevoli e nostalgia a rendermi sempre un po complicato questo periodo dell’anno.
E questo autunno è ancora più strano, si mi sento spopolato, anima senza angoli, sovraesposto e fragile, cerco testimonianze, cerco prove di essere ancora in questo mondo. Il vento dentro di me soffia impetuoso, spazza via le valli desertificate, gli angoli ancora popolati da una vegetazione clemente, visioni di un tempo autunnale. Anima smussata, ancora e perennemente alla ricerca della tua, e scava un solco, profondo di consapevolezza, luce e crepuscolo di questo autunno, desiderio perenne di riverberi, di una luce che si accenda e vibri dentro questo mondo.
“But i miss you most of all my darling, when the autumn leaves start to fall”

Here there and everywhere

Le canzoni dei beatles, sono pazzesche, ce ne sono alcune che sembrano talmente naturali da pensare che siano esistite da sempre.

Questa è una delle mie preferite. Racconta l’amore, in maniera delicata, ed alla fine davvero

Knowing that love is to share
Each one believing that love never dies

L’amore è condivisione e credere reciprocamente che l’amore non possa morire pur sapendo che non è così. E sperare hoping to be there.

Se poi il pianista è un giovanissimo Esbjorn Svensson, allora la canzone diventa ancora più bella senza essere stravolta, da un disco del 1993 della cantante Lina Nyberg.

Here, making each day of the year
Changing my life with a wave of her hand
Nobody can deny that there’s something there
There, running my hands through her hair
Both of us thinking how good it can be
Someone is speaking, but she doesn’t know he’s there
I want her everywhere
And if she’s beside me I know I need never care
But to love her is to need her everywhere
Knowing that love is to share
Each one believing that love never dies
Watching her eyes and hoping I’m always there
I will be there
And everywhere
Here, there and everywhere

Fernweh

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Ambasciata Turca a Berlino

Esistono sentimenti che non sono traducibili, e ci sono lingue che posseggono parole per cui non esiste un corrispettivo nella nostra, che raccontano di sentimenti universali.

La parola Fernweh, racconta un sentimento che mi appartiene da sempre, Se da una parte c’è sempre una nostalgia di casa, dentro di me si annida sempre un desiderio di altrove. Sono sempre in bilico tra certezza ed incognito, ecco il sentimento di Fernweh rappresenta il desiderio di allontanarsi dal conosciuto per aprirsi al vasto mondo.

La scorsa settimana sono stato a Berlino per lavoro, ed ho sentito chiaramente questa sensazione che avevo riposto dentro di me. Berlino è una città importante per me, esattamente 10 anni fa, stavo per tasferirmi lì per lavoro, avevo firmato, avevo cercato casa, stavo sistemando le cose, ma poi decisi per amore di rimanere, non riuscivo ad immaginare di stare lontano da lei e così senza molti rimpianti mi costruii un’alternativa a Genova e di lì è nata tutta un’altra storia.

Berlino è una città strana, non rappresenta davvero la Germania, forse quella ferita, l’ha cambiata, riesci a perderti a sentirti invisibile eppure in un luogo confortevole, non riesco a descrivere meglio la sensazione. E mi ritrovo in un punto della mia vita, in cui non so per quale motivo mi sento nuovamente attratto da quel posto, come se ci fosse qualcosa di incompiuto che risale a 10 anni fa, e di nuovo mi trovo in una situazione sentimentale forte. E allora desiderio di casa e desiderio di altrove, metafora forse della vita.

Ho venduto l’azienda da poche settimane, dovrei rimanere tre anni, ma sento di non avere voglia, troppo differenti le visioni con i nuovi soci, troppo lontano l’ideale dell’azienda che avevo costruito 10 anni fa. E sento che quest’ Italia male mi rappresenta, non ci sono opportunità vere, periferia della periferia del mondo, in questo momento politico sgarbato e maleducato E sento che finalmente sono arrivato ad un’approdo sentimentale desiderato, ma sembra che per me non ci sia pace, si ferma un punto se ne muove un’altro. Non riesco mai a conciliare amore, lavoro, salute. Se ho una di queste cose, un’altra decide di andarsene.

E quindi? Non lo so, non lo so davvero, aspetto quest’estate, osservo senza fretta, che tanto quello che doveva essere fatto l’ho fatto. In bilico in equilibrio.

Particles

Una scala bianca, una luce nordica fredda, andamento circolare, gli archi su un’altra scala, un suono asciutto e morbido.

Ed all’improvviso

Here I am
Floating in emerald sea
Keep me dancing
Keep me as still as can be

Malinconia pura, quella solitaria Islandese, riempie lo spazio con quella luce tutta particolare che filtra dalle finestre. Ed il suo irresistibile stare indietro sul tempo, crea tensione, ed aspettativa di qualcosa che non esiste ed è solo uno spazio mentale.

E siamo particelle, piccole particelle indissolubilmente legate tra di noi, da ragioni spesso sconosciute ed insondabili. I volti non si guardano, ognuno sembra suonare per sè, ma il risultato è per tutti.  Particelle singole, ma connesse. Il disco si chiama Island Songs, 7 giorni, 7 posti unici in islanda, 7 video imperdibili, tutti caratterizzati da questa introspezione, questa malinconia del nord. Tutte da guardare ed ascoltare, lasciandosi attraversare dalla pace, dalla solitudine e dalla bellezza che tracimano impetuose da queste piccole perle audio visuali.

E poi

And I try
And I try
But it feels like wasted

 

Altair e Vega

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La luna sopra Pisa il 30 Aprile 2018

Vega, Altair e Deneb sono tra le stelle più luminose del nostro cielo, insieme formano quello che è definito il triangolo estivo.

C’è una leggenda bellissima che narra la storia della principessa tessitrice (Vega) ed il guardiano dei buoi (Altair).

Zhinù figlia dell’imperatore e regina del cielo era un’abile tessitrice, ogni giorno tesseva arazzi meravigliosi con il suo telaio celeste, perfino le nubi correndo nel cielo, si fermavano ad ammirare il suo lavoro.

Una sera d’estate, di quelle meravigliose in cui il cielo è sospeso e l’aria tiepida e profumata, stanca dal suo lavoro, mentre riposava vicino ad un ruscello, ascoltò una musica dolcissima provenire da lontano. Incuriosita, si immerse nel fiume e vide sulla sponda opposta il giovane Niulang, il guardiano dei buoi che suonava il flauto per riposarsi dalle fatiche del suo lavoro. I due iniziarono a conoscersi e cominciarono a cantare e suonare insieme.

Ogni giorno da quel momento, Zhinù raggiunse Niulang sul fiume per cantare con lui, come potete immaginare si innamorarono e decisero di sposarsi. L’abito di Zhinù era magnifico fatto di gocce di rugiada e da luce di stelle. La notte del loro matrimonio fu la notte più luminosa mai vista sulla terra, la stella tessitrice Vega splendeva come non aveva mai fatto per celebrare questo evento.

Talmente il loro amore era grande che dimenticarono qualsiasi incombenza terrena ed il loro lavoro. Il cielo inizio ad offuscarsi perchè Zhinù non tesseva più albe e tramonti con il suo telaio celeste ormai abbondanato. Niulang non custodiva più i suoi buoi che girovagavano e si addentravano nelle costellazioni vicine dello “Stato meridionale e Settentrionale”. Gli dei si adirarono per questo comportamento, in particolare la regina del cielo, madre di Zhinù in quanto un bue era entrato nella sua camera da letto facendo cadere le spille d’argento per i capelli sul pavimento.

La regina prese una spilla disegno con essa un tratto lungo il ruscello vicino al palazzo generando un fiume d’argento, la via Lattea, decidendo di separare i due giovani dai due lati della via lattea.

Zhinù disperata, riprese però a tessere le sue trame celesti, illuminando di nuovo il cielo. Il padre, l’imperatore del cielo, impietosito da tanto dolore decise che i giovani potessero incontrarsi una sola volta l’anno, il settimo giorno del settimo mese del calendario unisolare, attraverso un ponte fatto di gazze che in quella notte permettono a Vega di raggiungere Altair.

Si narra che le persone che il giorno dopo l’incontro dei due amanti, scorgono le gazze, potranno notare il loro manto arruffato, segno che Vega ha attraversato il ponte per incontrare il suo amore. Durante il resto dell’anno Vega tesse ed intreccia i colori del cielo, Niulang (Altair) pascola i suoi buoi, sognando il momento in cui finalmente potranno incontrarsi di nuovo per quel breve momento fugace di eternità.

« Le foglie di bambù frusciano
vicino le gronde ondeggiando
Le stelle luccicano
granelli d’oro e argento
Le strisce di carta dai cinque colori
ho già scritto
Le stelle luccicano
e ci guardano dal cielo. »

On Air: Solamente una Vez

The moon over mtatsminda

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In un CD di Jan Garbarek, all’improvviso appare una strana composizione, suonata dall’orchestra e cantata da una strana voce in una lingua completamente incomprensibile.

Eppure quella melodia ha qualcosa di veramente potente dentro, e si scopre che Mtatsminda è una montagna georgiana e che l’autore, direttore d’orchestra e cantante nel disco è Jansug Kakhidze, il più grande probabilmente direttore d’orchestra georgiano e le parole sono di un poeta georgiano direi abbastanza sconosciuto a noi occidentali ovvero Galaktion Tabidze.

Sembra che Garbarek dopo aver ascoltato la registrazione mentre stava producendo il CD Rites, sia stato folgorato dalla bellezza magnetica che si sprigiona dalla melodia.

Nel libretto che accompagna il (bellissimo) CD Garbarek stesso afferma:

Ascoltando il pezzo ­fui così immediatamente colpito ed emozionato che spontaneamente dissi: “Possiamo metterlo sul mio album?” Al di là dalla sua assoluta bellezza, sentii quella musica vicina a me su più livelli. C’era qualcosa nel timbro della voce e nel modo semplice e diretto di cantare che mi ricordò fortemente il modo in cui cantava mio padre quando io ero bambino. Persino il fatto che il testo fosse in una lingua che non capivo evocò in me memorie di mio padre, che cantava nel suo polacco natale, che io purtroppo non ho mai imparato. E comunque il profondo senso di gioia e di gratitudine verso la vita che emana da quella performance era per me chiarissimo.

 

Ed anche per me è sempre stato lo stesso ed ho provato a suonarla. Lascio anche l’originale che è assolutamente evocativa e capace di smuovere corde primordiali.