Calling you

Calling you è sempre stato uno dei miei brani preferiti. Incontrato da piccolo credo in una pubblicità di una macchina, rimasi colpito dall’atmosfera “haunting” non riesco a tradurla in italiano. Si sprigionava davvero un richiamo malinconico ed arcaico.

Poi ho scoperto che quella canzone era la colonna sonora di un film molto bello fatto di solitudini e fotografia bellissima. Bagdad Cafè dal 1987.

Potenza della semplicità, pochi accordi, una grande melodia, sapienza dell’autore Bob Telson.

Ci sono tante versioni meravigliose di questo brano, ne riporto alcune che secondo me meglio di altre hanno saputo tirare fuori aspetti unici di questa meravigliosa canzone

Holly Cole, cantante canadese, anche lei l’ho scoperta tardi, in duo senza batteria, riesce ad entrare con delicatezza ed eleganza nelle pieghe più intime della canzone. Ci sono molte versioni di questo brano cantate da lei.

Non poteva mancare il mio Jeff Buckley. Lui è sempre dolorante, un richiamo disperato ad un qualcosa, ad una persona, ad un amore. Lo adoro, mi squarcia l’anima ogni volta che lo ascolto. Il suo calling you è una preghiera, un inno dall’album Live at Sin’è

E Patti Austin, in un disco del 1999, voce potente, meno emozionale e più tecnica. Ma sempre un gran bel sentire.

Un altra versione del mio cuore è quello di una cantante Danese Cecile Norby, al pianoforte un genio del jazz, Joe Calderazzo. Un disco magnifico questo my corner of sky, l’ho consumato dentro ci sono tantissime perle ed un magnifico contributo di Michael Brecker al sax. Ritmica eterea, la sua voce gioca col pianoforte, e si passano la parola per un solo intimo profondo ed in linea con la melodia. La mia versione preferita a livello di orchestrazione e visione musicale, ma la qualità dei musicisti non poteva che rendere questo disco meno che magnifico (Lars Daniellson al basso, Terri Lyne Carrington alla batteria). Mi piace che nonostante la sua tecnica, non faccia nessun virtuosismo estremo negli acuti o strani urli come spesso capita con questo brano. Donna elegante, musica elegante.

Devo lasciare anche la versione suonata dall’autore Bob Telson, che non è niente male nella sua nudità. Meraviglioso il solo di pianoforte, armonie sofisticate, a sentire questa versione davvero si sente chi è il padre, la possiede, ci gioca, ci naviga, la racconta, non la esaspera, cenni di blues, cenni di gospel, armonie jazz. Un pezzo d’arte americana vera, la tradizione di Cole Porter, di Alec Wilder… ecco sono tutte qui dentro.

E questa è una di quelle canzoni che avrei voluto scrivere io, che avrei voluto davvero immaginare. L’ho suonata tante di quelle volte, solo con anime che potevano capire cosa significasse davvero questa canzone, con una cantante in particolare, con cui ci siamo incontrati nel 2003 ed ogni volta che suoniamo insieme la facciamo con complicità e passione. Ogni volta che la suono mi emoziono, mi perdo nella malinconia di quelle 5 diminuite del ritornello (ci sarà un motivo se si chiamano dimunite). E come nella migliore tradizione musicale americana, il testo è così legato all’armonia, il cambiamento che si preannuncia nel ritornello è seguito da un cambio completo dell’armonia e dell’atmosfera che da sospesa diventa dolce e definita. Anche nella musica le diminuzioni dell’umore precedono aperture. Io questa canzone l’amo, profondamente tanto profondamente da non averla mai registrata per gustare ogni volta la bellezza come se fosse la prima volta

Desert road from Vegas to nowhere
Someplace better than where you’ve been
A coffee machine that needs some fixing

In a little cafe just around the bend

I am calling you
Can’t you hear me
I am calling you

Hot dry wind blows right through me
Baby’s crying and I can’t sleep
But we both know a change is coming
It’s coming closer
Sweet release

Desert road from Vegas to nowhere
Someplace better than where you’ve been
A coffee machine that needs some fixing
In a little cafe just around the bend
Hot dry wind blows right through me
Baby’s crying and I can’t sleep
And I can feel a change is coming
coming closer Sweet release

You are what you hear

 

dalai

Ci credo fermamente. Si diventa anche, e nel mio caso, specialmente, quello che si ascolta. La musica vera ha bisogno di tempo, di pazienza, di attenzione. Sento spesso la frase la musica è morta negli anni 70, beh ovviamente è una fesseria, però c’è una differenza fonadamentale, in quegli anni, occorreva faticare per comprare un disco e poi quando lo compravi lo sentivi tutto, era un vinile non potevi saltare da un brano all’altro, ti sedevi ed ascoltavi per 25 minuti una facciata di un disco, secondo un ordine pensato accuratamente. Ecco non era la musica più bella, era l’attenzione che era più alta. La bulimia della musica digitale ha in parte cancellato questo rituale di attenzione che richiedeva ascoltare musica.

E mi affascina immaginare come altre anime, altre sensibilità possano ascoltare uno stesso brano di musica. Non possiamo sentire le stesse cose, non è forse un tormento incredibile? Allo stesso modo il suono delle parole non può essere lo stesso per due persone diverse. Eppure ci sforziamo di comunicare , di parlare e spesso ci dimentichiamo questa piccola cosa, le sensibilità sono diverse, quello che viviamo anche nello stesso istante è diverso, perchè veniamo da storie diverse, e quell’istante è diverso anche se sembra collocato nelle stesse coordinate spaziotemporali. Tante volte ho desiderato di ascoltare per 10 minuti o vedere il mondo con gli occhi di un’altra persona, non l’ho desiderato tante volte, ma mi è capitato, se potessi esprimere un solo desiderio chiederei di avere la possibilità di vedere le cose per pochi minuti con gli occhi e le orecchie di due persone che per me sono state importanti e di far vedere loro il mondo come lo vedo io e come lo ascolto io, poi ritornare ognuno nel suo corpo con una consapevolezza nuova, perchè non siamo monadi, non siamo singoli e viviamo in un epoca di ipervalutazione delle possibilità del singolo.

Ci sono brani, dischi, emozioni, che rimangono indelibilmente scolpiti nel proprio DNA. Ogni volta che quelle note si ripetono magicamente si riattivano le emozioni, gli odori, i posti, le persone, la luce che ha accompagnato quegli ascolti. Ogni volta che sono in difficoltà, quando ho bisogno di sentirmi avvolto dalla bellezza, ricorro a questo super potere, basta mettere nel lettore cd  o sul piatto questi pezzi di vita, e si rimaterizzano istantaneamente quelle emozioni.La musica e l’olfatto secondo me hanno questo potere, odori e suoni riescono a riportati in un microsecondo indietro nel tempo e nello spazio e riesci a risentire per qualche istante fugace quelle emozioni potentissime.

Ho vissuto in un periodo dove per comprare qualcosa a cui tenevi, occcorreva grande determinazione (non sono un pezzo di antiquariato ma ho avuto il privilegio di vivere a cavallo tra analogico e digitale e non è poco, generazione x nata negli anni 70 dicono quelli bravi, ultima che ha vissuto anche con l’analogico ed e’ stata investita dal digitale negli anni 90), non potevi andare su Amazon, dovevi cercare, ghost records, andare nelle grandi città, sfogliare cataloghi, non era facile conoscere quello che non era nel main stream. E la mia curiosità insaziabile mi portava di città in città di catalogo in catalogo, alla ricerca di emozioni, drogato di sensazioni nuove, di none bemolli, di quinte aumentate, alla ricerca spasmodica del suono.

Ricordo un pomeriggio nel 1995 in una cabina telefonica, vicino casa, ordinando per corrispondenza il cofanetto di Keith Jarrett Live at the blue note, un prezzo insensato per me studente universitario squattrinato, credo costasse 180 mila lire o una roba del genere, soldi messi da parte durante le serate musicali, emozionato, tremante di gioia al telefono ordinandolo da un negozio a Milano, a Pisa non si trovava.

E la gioia di riceverlo aprire e guardare quel parallelepipedo blu, pesante denso, semplice, 6 dischi di meraviglia pura. Ecco tutto quello che è venuto dopo è stato diverso. Niente sarebbe stato più uguale dopo quegli ascolti, la perfezione del pianoforte, il suono dell’archetipo del pianoforte era li…. registrazione magnifica e perfetta, che nessun altro disco avrebbe mai piu’ potuto eguagliare. La mia sete di emozioni che mi ha portato subito ad ascoltare Autumn Leaves, il mio standard preferito. L’ascolto dell’intro avrebbe cambiato per sempre il mio modo di interpretare la musica, di cercarla, di ascoltarla, non lo sapevo, non me ne sono reso conto subito nonostante la meraviglia di quell’ascolto irripetibile nella sua unicità emotiva.

E quelle progressioni magiche, irrisolte, dolorose che si arrampicavano sui tasti, il tema che si svelava lentamente, il suo profondo essere che cerca di svilupparsi in tortuosi tornanti armonici. E quel solo magico di cui conosco ogni angolo, ogni nota, sono in grado di cantarlo, di seguirlo eppure di emozionarmi sempre allo stesso modo, vedendo sempre quel raggio di sole in quella casa di via bianchi. Ad ogni ascolto si ripropongono gli odori, le immagini, il calore, la visione del mondo, non esiste piu’ il 3 settembre, di nuovo si sviluppa la possiblità di infinite possibilità.

Quando sono in difficoltà, ogni volta che sento la necessità di essere avvolto dalla bellezza, dalla sicurezza, dalla perfezione impossibile dell’arte, ricorro a questo disco. You are what you hear.

Good Morning Heartache

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Good morning heartache
You old gloomy sight
Good morning heartache
Thought we said goodbye last night
I turned and tossed until
It seems you we have gone
But here you are with the dawn
Wish I forget you
But you’re here to stay
It seems I met you
When my love went away
Now everyday I stop I’m saying to you
Good morning heartache what’s new
Stop haunting me now
Can’t shake you nohow
Just leave me alone
I’ve got those Monday blues
Straight to Sunday blues
Good morning heartache
Here we go again
Good morning heartache
You’re the one
Who knows me well
Might as well get use to you
Hanging around
Good morning heartache
Sit down

Lava

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La vita è assai curiosa, ci sono periodi in cui sembra tutto fermo, ma è un apparenza, la lava scorre nel sottosuolo, lenta col suo tempo. Poi all’improvviso si apre una piccola fessura, o meglio qualcosa che sembra una piccola frattura ed esce fuori il magma, forte impetuoso, dirompente, trascina giu’ con se tutto quello che si era costruito sul vulcano.
E non si puo’ fermare, e da quell’evento ne vengono fuori altri sempre piu’ forti.
La paura è normale ma  gli eventi spesso non si possono modificare ma solo accettare ed accogliere. E forse occorre guardare la colata lavica con occhi distaccati, dalla devastazione spesso rinasce la vita.
Sarò noioso ma ascolto My funny valentine versione di Richie Beirach.

Se non avessi più te

La musica italiana è piena di piccole perle che non hanno niente da invidiare agli standard americani di Cole Porter, di Gershwin. Basta saperli cercare e riconoscere.

Questa è una canzone del 1965 firmata Bacalov / Zambrini e cantata da Gianni Morandi.

Ieri sera mi sono divertito a suonarla in trio per la gioia del contrabbassista che non l’aveva mai letta prima 🙂

avessi

Se non avessi più te
meglio morire
perché questo silenzio
che nasce intorno a me
se manchi tu, mi fai sentire
solo come un fiume che va
verso la fine.

Questo devi sapere
Da queste mie parole
puoi capire
quanto ti amo
ti amo
per sempre
come nessuno al mondo
ho amato mai
Ed io lo so
che non mi lascerai
no, non puoi

Io posso darti lo sai
solo l’amore
posso amarti per sempre
ma come il fiume che va
io troverei la fine
se non avessi più te.

Esbjörn Svensson

Voglio dedicare un post, a questo grande pianista. Sono passati 8 anni dalla sua morte prematura, ed io ancora non riesco ad immaginare che non ci sarà un’altro disco del suo trio. Il percorso era così nuovo, così maledettamente promettente che non c’è spazio per rassegnarsi a non avere altra musica dalle sue mani. In questi 8 anni la mia vita si è arrotolata per i fatti suoi e continuo a provare molto affetto per questo giovane pianista svedese che a modo suo , potenza dei grandi, ha cambiato il corso alla mia vita. Un uomo mite e tanto umile, con un arte a livello europeo secondo me ancora inespressa.

La mia storia con Esbjörn e’ iniziata intorno al 2002, quando a dire il vero era già qualche anno che il trio era sulle scene Europee. Il disco Strange Place for Snow attirò immediatamente la mia attenzione anche per questo titolo così immaginificamente nordico. Il solito fascino del nord a cui non riesco a sottrarmi. Il brano che mi ha definitivamente legato al pianismo di Svensson e’ stato “When God created the coffebreak”. Ancora un titolo immaginifico, foriero di suggestioni come la musica che descrive. Una fuga “bachiana” cesellata dalla mano sinistra del pianoforte e dal contrabbasso del fido Dan Berglund. Una frenetica fuga che si apre improvvisamente su una distesa di quiete, raccontata dalle sospensioni del pianoforte, dopo una rincorsa geometrica, simmetrica, l’anisotropia del solo piano, una frenata repentina, dove e’ possibile apprezzare il lirismo così caratterizzante del pianismo di Esbjörn. Dopo questa strana commistione di neoclassico legato alla geometria di bach, all’anisotropia dell’universo con l’inaspettata apertura del piano, non ho avuto più scampo, la musica di questo trio tra i più influenti degli ultimi anni sulla scena europea è entrata indissolubilmente nel mio genoma musicale.

E allora con la maniacalità verticale che mi contraddistingue ho scoperto anfratti segreti, riparati, poco noti, del percorso musicale di Esbjörn, unico grande rammarico non averlo mai sentito dal vivo, mai rimandare a domani quello che non sai se potrai ancora fare, dalle cronache dei suoi concerti sembra che la musica del trio avesse una connotazione “sciamanica” che riesce a trasportare l’ascoltatore in un viaggio vibrante di emozioni e suoni, suoni non convezionali prodotti dall’uso innovativo di tutta la tavolozza timbrica che gli strumenti possono regalare , aggiungendo una sana commistione con l’elettronica (cosa che i soliti sacerdoti del jazz non gli hanno mai perdonato).

Esbjörn grande accompagnatore, oltre che leader, sono rimasto affascinato dalla potenza del “comping” voce-piano delle sue performance in duo, anche in quelle precoci (1993 Lyna Nyberg – Close) , già da questa prima testimonianza discografica è impressionante come saprei riconoscere ogni singola nota ed attribuirla senza ombra di dubbio a Svensson, una personalita’ fortissima che emerge, ma non invade la voce, si regala, offre tutta la sua sapienza armonica senza sovrastare la linea melodica.

Esbjörn amante dei classici, così legato a Monk, cui ha dedicato un disco pieno di sorprese e riletture innovative di una musica complessa, spigolosa, rileggendola alla luce della sua esperienza e sensibilita’ musicale (1996 EST plays Monk) , dove la versione di I mean you accompagnerà il percorso musicale del trio per tutti gli anni a seguire.

Esbjörn, pianista generoso verso il suo pubblico, pianista moderno nell’uso della tecnologia e dei mezzi non propriamente jazz (video, comunicazione web). Indimenticabile il video del brano From Gagarin’s Point of view (2003 From Gagarin’s Point of View).

Non voglio costruire una discografia completa, semplicemente cercare di tratteggiare appena la personalita’ musicale di questo pianista e di questo trio, la cui importanza , e di questo ne sono certo, aumenterà progressivamente con gli anni. Lascio un piccolo percorso musicale fatto di perle inedite tratte da performance live che forse riescono a disegnare meglio di tante parole l’arte e la poesia di questo pianista unico nel panorama musicale Europeo.

 

It was as if I could see straight inside her. And she had made up her mind. I knew it. It was an unmistakable feeling. I then understood that I had to speak to her. If she is going to jump, I will have to stop her. And somehow, distract her attention. Slowly, I begin to move towards her. She stays very strategically placed, exactly at the exit of the tunel as the train approaches the platform. And a bit too close to the edge. I come closer to her. Very, very carefully. Slowly. I understand that it is incredibly sensitive. I do not think very much. I feel I would just like to distract her. I come closer, maybe 10 meters away from her. I hear that the train approaches. And I hear that she hears. She makes herself ready. I come even closer. Very slowly… Now I am just 3 meters from her. Then comes the train… and the woman jumps, straight in front of it. The train buzzes. People scream. Everything stops. And I stood 3 meters from her… But I turn around and run away… It’s too much. I don’t see what happens. There, in front of my eyes, a person has taken her life, straight out into something else. Something which we don’t know anything about. And I can’t just look anymore. I run. The police is coming. People all around is in desperation. But I walk away…”

“Why do we exist? What are we doing here? And what makes some of us live with the spark of life inside us, while others lose it totally, and jump out? Jump over the border, away from life. Away from reality and, hopefully, pain. To something else totally unknown. These are for me big, incomprehensible questions. And in that moment the woman jumped, it became clear for me that there is no answer. There is no logic controlling our lives. There are no package solutions. Each and everyone of us must find the answer on our own. It doesn’t matter if one does so with the help of music, love, Jesus or drugs. There must be something that pushes us forward. And that makes us want to continue breathing…

About death and the meaning of life: “What guarantee do we have that the future will come? That we will be able to experience it? We generally live in our Western society separated from death. We don’t think about it. Talk seldom about it. Suppress it preferably. But suddenly, it hits us. Closeor at a distance. But almost always with astonishing power. Everything stays put. And we suddenly experience our fragility, our loneliness, our total powerlessness in front of death. It pushes us to a corner. Force us to resignate to it. Death has all the power. And we float in a complete uncertainty about the future. We know nothing. We have no guarantees. Life can finish anytime.”

“What shall we do with this terrible knowledge? How shall we act in this meaningless battle against an opponent over whom we can never win? Many take refuge in religion. Where one can find some form of guarantee in the belief of that what religion offers. If we believe in religion, whichever that may be, we get at least a belief of what is to come afterdeath. We can also pretend that we are immortal, and do in principle whatever we want, for money, and for the life that we expect to live, then when we can afford everything that we need to live a good life. But irrespectively of belief, money or social status, we can never be sure. Suddenly, it just stands there, beside us. A quick look over the shoulder, and we instinctively know who it is.”

“What we go through, what happens to us, that’s our life. My experience is that death can teach us to see what is important… That life is now.”

Esbjorn Svensson riflessioni sulla vita

You don’t know what love is

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Adoro alcuni doppi utilizzi di parole in Inglese. To play, suonare e giocare, blue, tristezza e colore.

Questo standard è di quelli che ti lacerano. Non puoi capire il significato dell’amore finche’ non capisci il significato del blues. Ovvero non esiste amore senza il blues. Ed io aggiungo ci siamo anche un po rotti le scatole di sentire il blues uno vorrebbe anche goderselo questo amore senza per forza struggersi alla fine 🙂

Qui la registrammo un pomeriggio casuale a casa con un mio amico trombettista. Io questo brano lo amo tanto. Ogni volta che lo suono chiudo gli occhi e ritrovo il senso del blues che conosco fin troppo bene.

Le versioni supreme sono di Chet e Billie

You don’t know what love is
Until you’ve learned the meaning of the blues
Until you’ve loved a love you’ve had to lose
You don’t know what love is

You don’t know how lips hurt
Until you’ve kissed and had to pay the cost
Until you’ve flipped your heart and you have lost
You don’t know what love is

Do you know how lost heart feels
At the thought of reminiscing
And how lips that taste of tears
Lose their taste for kissing

You don’t know how hearts burn
For love that cannot live yet never dies
Until you’ve faced each dawn with sleepless eyes
You don’t know what love is

You don’t know how hearts burn
For love that cannot live yet never dies
Until you’ve faced each dawn with sleepless eyes
You don’t know what love is

Smile

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E’ complicato sorridere sempre, specialmente quando qualcosa dentro si spacca, si rompe, e tu non stai bene. Io so bene cosa significa non stare bene, conosco anche la depressione quella subdola e cronica che ti devasta ma solo un po, giorno dopo giorno.

Smile, anche se il tuo cuore fa male e si spacca. Dopo le nuvole c’e’ sempre il cielo anche se non si vede ed è difficile immaginarlo.

Questa canzone mi ha sempre ricordato che bisogna andare avanti anche nei momenti come questo quando mi sembra impossibile.

Smile though your heart is aching,
Smile even though it’s breaking,
When there are clouds in the sky,
You’ll get by,
If you smile through your fear and sorrow
Smile and maybe tomorrow
You’ll find that life is still worth while
If you just,
Light up your face with gladness
Hide every trace of sadness
Although a tear may be ever so near
That’s the time you must keep on trying
Smile what the use in crying
You’ll find that life is still worth while
If you just smile
Though your heart is aching
Smile even though it’s breaking
When there are clouds in the sky
You’ll get by,
If you smile through your fear and sorrow
Smile and maybe tomorrow
You’ll find that life is still worth while
If you just smile

That’s the time you must keep
Smile what’s the use in crying
You’ll find that life is still worthwhile
If you just smile.

My funny valentine

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My funny valentine
Sweet comic valentine
You make me smile with my heart
Your looks are laughable
Unphotographable
Yet youre my favourite work of art

Is your figure less than greek
Is your mouth a little weak
When you open it to speak
Are you smart?

But dont change a hair for me
Not if you care for me
Stay little valentine stay
Each day is valentines day

Is your figure less than greek
Is your mouth a little weak
When you open it to speak
Are you smart?

But dont you change one hair for me
Not if you care for me
Stay little valentine stay
Each day is valentines day

Almeno tu nell’universo

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Sai, la gente è strana prima si odia e poi si ama
cambia idea improvvisamente, prima la verità poi mentirà lui
senza serietà, come fosse niente

sai la gente è matta forse è troppo insoddisfatta
segue il mondo ciecamente
quando la moda cambia, lei pure cambia
continuamente e scioccamente.
Tu, tu che sei diverso, almeno tu nell’universo !
un punto, sai, che non ruota mai intorno a me
un sole che splende per me soltanto
come un diamante in mezzo al cuore.
tu, tu che sei diverso, almeno tu nell’universo!
non cambierai, dimmi che per sempre sarai sincero
e che mi amerai davvero di più, di più, di più.
Sai, la gente è sola, come può lei si consola
per non far sì che la mia mente
si perda in congetture, in paure
inutilmente e poi per niente.
tu, tu che sei diverso, almeno tu nell’universo !
Un punto, sai, che non ruota mai intorno a me
un sole che splende per me soltanto
come un diamante in mezzo al cuore.
tu, tu che sei diverso, almeno tu nell’universo !
Non cambierai, dimmi che per sempre sarai sincero
e che mi amerai davvero di più, di più, di più