The foggy dew

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“Dedicata ad un sogno”

La nebbia ha accompagnato una bella parte della mia vita. La nebbia tutto sommato non è male, protegge, ovatta, rende invisibili le cose che ci sono intorno, e se non sei in grado di vederle ti protegge in un certo senso.

Ovvio che quando sei nella nebbia, può capitare all’improvviso di entrare in collisione con qualcosa, e quella collisione può all’improvviso diradare la nebbia, oppure entrare in una galleria che quella nebbia la rompe.

Viaggio tanto, spesso sulla Cisa, li tra pontremoli e borgotaro, spesso c’è la nebbia e funziona così all’improvviso imbocchi una galleria e prima c’era nebbia all’improvviso tutto si apre, dopo la galleria.

Io ho attraversato nebbia, galleria ed ora mi ritrovo in una valle con un tempo variabile, ci sono nuvole, a volte nebbia che si dirada a volte sole.

Non riconosco le cose bene e non riconosco me, che ascoltarti nella nebbia ti cambia il punto di vista. Ho fatto delle foto questo fine settimana e stranamente, avevo un volto a volte addirittura sorridente, non lo ricordavo più e nemmeno mi sono dovuto sforzare più di tanto.

Parlo tantissimo, ho perdonato chi dovevo perdonare, ma realmente, non come modo di dire, riesco a vedere gli automatismi dannosi in ogni relazione. Sensi di colpa, forma di egoismo supremo, insicurezze e mancanza di comunicazione, accettazione dei miei lati più oscuri e spontaneità.

I risultati si vedono, cambiando i paradigmi della comunicazione, cambiano le cose che succedono, i risultati li vedo, e non sono piccoli. Continuo a lavorare duramente su me stesso, il dolore quello violento è dietro, rimane un sottofondo continuo di dolore, ma non interferisce con il mio percorso.

Si cambia.

 

13 thoughts on “The foggy dew

  1. Io da qualche anno sono diventata un pò miope e ho dovuto cominciare a mettere gli occhiali. Quando voglio isolarmi dal mondo o sentirmi più “ovattata” semplicemente li levo. In palestra e quando corro non li porto mai. In palestra levo gli occhiali e metto le cuffie, non voglio essere disturbata e non voglio vedere tante “brutture” che ci sono.
    Al parco levo gli occhiali per perdermi nella corsa che tanto mi libera la mente.
    Mi è capitato di incontrare mio cugino mentre correvo e di non salutarlo perché senza occhiali e persa nei pensieri, non lo vedevo.
    “Cambiando i paradigmi della comunicazione, cambiano le cose che succedono”, decisamente sì e lo sto sperimentando sia nel mio dialogo interiore, sia verso l’esterno. Il modo in cui parliamo a noi stessi è molto importante e spesso lo sottovalutiamo. Verso l’esterno le conferme più belle le sto avendo a lavoro: rispetto al passato ho dei rapporti molto più aperti e genuini sia con i miei colleghi che con i clienti, la dimensione umana ha ripreso ad avere un ruolo chiave. Sono passata dall’essere meno “boss” e più “leader”.
    “Il dolore quello violento è dietro, rimane un sottofondo continuo di dolore, ma non interferisce con il mio percorso”. Il dolore va accolto e vissuto e dobbiamo cambiare perché noi lo vogliamo, non perché ci pieghiamo al dolore. Il dolore deve rimanere dolore e non deve farci rinunciare a parti di noi perché ci siamo sentiti fragili (e ci sto scrivendo sopra anche su questo, a seguito di una conversazione illuminante che ho avuto).
    Ok, penso di essermi dilungata oltremodo.

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    • Ciao, credo di aver aperto il blog per commenti come questi, per cui dilungati pure quanto vuoi. Mi piace confrontarmi con te. Sai una cosa buffa? Anche io sono miope e spesso per isolarmi faccio la stessa cosa che fai tu, tolgo gli occhiali ed allegerisco le mie percezioni. Avevo scritto qualcosa sul tema degli occhi e dell’udito, in quanto a me sembra di vivere con l’udito. Partivo da questa citazione «Ogni qualvolta parliamo di noi e del nostro mondo, il mondo rimane sempre come dovrebbe essere. Con questo nostro dialogo lo rinnoviamo, gli infondiamo vita, lo puntelliamo. Non solo: è mentre parliamo a noi stessi che scegliamo le nostre strade. Ripetiamo quindi le stesse scelte fino al giorno della morte, perché fino a quel giorno continuiamo a ripeterci le stesse cose. Un Guerriero è consapevole di questo atteggiamento e si sforza di fermare il suo dialogo interiore. Questa è l’ultima cosa che devi sapere se vuoi vivere come un Guerriero.»
      «Innanzitutto devi usare le orecchie per togliere agli occhi una minima parte del loro fardello. Dal momento in cui siamo nati usiamo i nostri occhi per giudicare il mondo. Parliamo agli altri e a noi stessi principalmente di ciò che vediamo. Un Guerriero ne è consapevole e ascolta il mondo; ascolta i suoni del mondo.»

      Carlos Castaneda : Una realtà separata

      https://suoniancora.wordpress.com/2017/02/24/falling-in-love-again/

      Anche io sono diventato leader (sono l’amministratore delegato della mia azienda), non avevo riportato il tutto nella sfera relazionale personale, e l’ho imparato.

      Anche questa cosa del dolore l’ho capita, l’ho rifiutato per anni poi mi è esploso in mano con gli interessi.
      Dilungati sempre che è un piacere 🙂
      Ciao
      Fabio

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  2. Forse personalmente vivo con la vista, nel senso che spesso, mi basta uno sguardo per capire esattamente quello che ho davanti. E’ come se facessi una radiografia del mio interlocutore. Questo mi aiuta perché cerco di “tararmi” rispetto a chi ho davanti (soprattutto se si tratta di lavoro). Quando però sono stanca di quello che mi circonda o mi voglio godere il momento, li levo (vedi se sono a cena fuori).
    Sul lavoro: io, da tre anni, lavoro per una società di consulenza e finalmente ho trovato la mia dimensione che tanto mi è mancata durante gli anni di studio. Quando studiavo ero tra i primi ma mai la prima e sentivo che lo studio non mi apparteneva come dimensione, forse perché vivevo con troppa apprensione i momenti di verifica (vedi gli esami). Al lavoro invece, ho trovato la mia dimensione. Sono diventata la “prima” ma questo forse, mi ha dato alla testa. Avendolo capito mi sono molto ridimensionata e ho ammesso serenamente i miei limiti con i miei capi al colloquio di fine anno. Della serie: se li dico a voi, poi per forza ci devo lavorare sopra. La junior che lavora con me (povera!) mi ha detto che sono una persona diversa rispetto a quando abbiamo cominciato a lavorare insieme. Ora sono diventata la mamma chioccia dei “nuovi” che spesso vengono massacrati per frustrazioni altrui e come posso, cerco di tutelarli. Prima che lavoratori siamo esseri umani e la nostra dimensione come individuo non può trascendere completamente.
    Sul dolore: io penso di avere il pregio di averlo sempre affrontato quando mi è capitato. Negli ultimi due anni ho fatto un percorso che forse si può chiamare di psicoterapia (il discordo è un pò complesso, si lega ad un incontro casuale che ho avuto…) nel quale ho affrontato molte delle “fratture” che mi portavo dietro. Molte legate ad un rapporto non sereno con i miei genitori. In questi anni ho avuto “fame” di riscoprirmi diversa e libera dai condizionamenti subiti e ho lavorato duramente su me stessa. Forse anche per questo la mia relazione si è conclusa, siamo finiti su due “pianeti” differenti. Io ho camminato molto, lui si è chiuso nel suo dolore fisico e nelle sue fratture, rifiutando di affrontare.
    Sul tuo lavoro: penso che lavorare in proprio e avere una cosa tua sia molto bello. Sicuramente ti darà delle preoccupazioni ma hai libertà di pensiero e di agire e penso che questo sia impagabile.
    Beh, penso di essermi dilungata abbastanza!
    Ciao,
    Elisa

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    • Eccomi Elisa, io a volte penso di non guardare, capisco sempre chi ho davanti ma non con la vista, con l’udito, con l’intuito, parlandoci, ho imparato a fidarmi delle mie impressioni sono spesso veritiere. A me non è mai piaciuto essere il primo, preferisco i secondi, stile buzz aldrin, le selezioni per buzz furono tremende, perchè doveva essere molto più solido di un front man come Amstrong. Mi sono sempre abbastanza mimetizzato, non mi piace apparire troppo, mi piace che le cose che faccio siano solide. In questo sono felice, la mia azienda è una bella realtà innovativa in termini di qualità del lavoro (vero smart working) 25 persone libere e creative, tecnologia di avanguardia, grandi clienti italiani. Ne sono fiero, l’ho creata con la cultura della collaborazione e del lavoro di squadra partendo da me che adoro ancora buttarmi nei progetti. E’ bella la trasformazione che hai fatto tu, si sente, e si sente da come scrivi la tua determinazione.
      Io il dolore forse te lo avevo detto, l’ho evitato, ma forse era troppo grosso per me quando è arrivato come una valanga, una sorella persa a 19 anni non è uno scherzo, e dipende da come siamo fatti. CI ho messo anni ad affrontare questa cosa, ma sono certo mi abbia reso migliore, più empatico, più sensibile, più innamorato della vita. La psicoterapia per me è stata una salvezza, ho trovato una dottoressa splendida che mi ha davvero ridato la vita.
      Grazie sempre per il tempo che trovi e per commentare qui con tanti particolari e per stimolare sempre discussioni interessanti. Fabio

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      • Anche io non amo essere la prima o mettermi in mostra. Con il lavoro ho trovato però qualcosa che sento veramente mio, che so fare. Faccio qualcosa lontanissimo da mia madre (professoressa di italiano e latino) che spesso mi ha fatto sentire inadeguata. Parlo tranquillamente in riunione ma a volte avverto delle vampate di calore alle guance, non mi piace avere tutti gli occhi su di me.
        Sullo smart working: io lo predico da tempo nella mia azienda ma c’è una forte resistenza al cambiamento.
        Sul tuo dolore: forse io, parlo facile. Il mio dolore sono delle fratture che mi sono venute dal rapporto con i miei genitori. Il tuo non è minimamente comparabile e non posso capirlo.
        Non è facile chiederti di accettare qualcosa che non ha nulla di razionale. A volte ci vogliono anni, a volte non affrontarlo è un modo per preservarci ed andare avanti, per sopravvivere a quella mancanza di senso che ci è capitata. Non tutto è affrontabile, sempre.
        Trovo del tempo per commentare perché mi piace molto confrontarmi con te, molte cose che scrivi potrei averle scritte io.
        E.

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  3. Si cambia. Questo cambiamento ti ha portato a trasformarti, a vederti finalmente sorridente. Cambiare nei rapporti, perdonare. Così come credo sia bellissimo riuscire a vedere il paesaggio cambiare dopo il diradarsi della nebbia. Ascoltarti suonare è sempre bello. Buona serata 🙂

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  4. Il dolore piano piano diventa come nebbia, soffice e quasi dolce. Poi, dopo il grande passo del perdono che io penso sia un dono divino, questa nebbia si dirada e sparisce e improvvisamente incominci a vedere, ma non con gli occhi e non giudichi più. Solo sai.
    Grazie mille della splendida musica

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