In my solitude

Premessa, questo è un post elucubrante, forma flusso di coscienza. Dopo una seduta di psicoterapia e con un’animo fortemente appesantito da se stesso.

La cosa che mi ferisce di più, che patisco di più, per cui ho una ferita enorme dentro di me è la solitudine. Posso farci poco da quello che ho capito, la devo gestire, la devo conoscere, ma ho paura della solitudine in maniera importante.

Ferite che risalgono a tempi immemori di cui non ho responsabilità, che hanno forgiato il mio stile di attaccamento. Sembra che la paura della solitudine spaventi moltissimo, e posso anche capire il perchè, ma se è consapevole può spaventare?

Alla fine ognuno ha le sue paure, e vorrebbe accanto qualcuno con cui condividerle e renderle più tollerabili. Io non credo a chi pensa solo alle proprie esigenze in un rapporto di coppia, si devono trovare punti di incontro, porco giuda, non è mica possibile dire tu sei cosi’, cosi’, cosi’ e fare una lista delle proprie esigenze.

Siamo un menu? Si trattano le persone come oggetti, hanno l’etichetta difettosa, non è del colore che piace a me, lo rimando indietro.

Le relazioni dio santo, sono fatte di punti di incontro, di compromessi, di guardare e non giudicare, di aspettare prima di parlare, ci sono modi e modi di dire una cosa. Essere bruschi non è un valore, si possono dire cose molto difficili in maniera dolce, si chiama intelligenza emozionale, quelli che ne sono dotati di solito hanno grande facilità relazionale non solo in amore.

E invece mi trovo spesso sotto un fuoco di ricette che dovrebbero in qualche modo cambiarmi, snaturarmi, sei troppo accomodante, sei troppo gentile, sei troppo egoista, sei troppo fragile. Che poi persone diverse ti dicono completamente diverse. Invece di darmi ricette, che non siete dottori, ascoltate i vostri sentimenti, lasciate parlare, cercate di capire come l’altro è davvero non come voi pensate debba essere. Io questa cosa ho imparato a farla, non pretendo, aspetto, osservo, ogni gesto, ogni parola detta o non detta ha un suo motivo, profondo spesso.

Pretendere, in amore non ha senso, non sto dicendo che bisogna accontentarsi sto dicendo che bisogna capire e parlare, e lasciare tempo, i tempi interiori sono lenti o veloci dipende dalle cose e dal momento, se si ama, si sa aspettare il tempo dell’altro. La dolcezza è sempre un valore, specialmente quando si parla di tematiche interiori, delicate, non si sa mai quanto male possa provocare quello che si dice, e allora delicatezza e dolcezza.

E si devo imparare a preservarmi, non tutti meritano di conoscermi per davvero, ci vuole tempo anche per calare le barriere, se lo fai troppo presto, ti esponi a razzie, e danni, non tutti meritano di entrare devo ricordarmelo, il mio amore è prezioso, la mia anima è preziosa, e già ho permesso a troppe persone di farne scempio, con luoghi comuni, mancanza di rispetto, riempiendosi la bocca di luoghi comuni e pretese.

Sarà bene che impari a conviverci con la mia solitudine, ad aspettare di essere accettato per come sono, ad evitare le persone che vogliono cambiarti subito, si puo’ cambiare per qualcuno, per amore, rispettando se stessi, rispettando la propria identità con i tempi consoni al proprio equilibrio.

 Love is not love Which alters when it alteration finds,
Or bends with the remover to remove: O no! it is an
ever-fixed mark That looks on tempests and is never shaken;
It is the star to every wandering bark,Whose worth’s unknown,
although his height be taken. Love’s not Time’s fool,
though rosy lips and cheeks Within his bending sickle’s
compass come:Love alters not with his brief hours and weeks,
But bears it out even to the edge of doom. If this be error
and upon me proved, I never writ, nor no man ever loved.

William Shakespeare

53 thoughts on “In my solitude

  1. Mi sono ritrovata in ogni parola, la penso allo stesso modo….inutile aggiungere altro, buona serata 🙂
    P.S.
    non avere mai paura della solitudine, vuol dire che sei con te….e tu sei molto meglio di tante altre compagnie 😉

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  2. L’arte del compromesso, niente di più faticoso. E’ molto più facile accusare e pretendere dall’altro e fuoriuscire da se stessi. Venire invece incontro all’altro, cercare di capirlo e di immedesimarsi è impegnativo e molto spesso non si è pronti e disposti a farlo.
    La mia generazione, quella dei trentenni, è completamente accartocciata su se stessa. Lavoriamo troppo o troppo poco e non abbiamo voglia di prenderci del tempo per riflettere, capire e meditare sull’altro. Le uniche necessità da soddisfare sono le proprie e spesso, se si è chiamati a prendere un impegno, si scappa perché è molto più facile scappare che affrontare.

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