Genesi Parte II

giorgio_dechirico_4

Avevo scritto un paio di mesi fa un post sulla genesi di questo blog e di queste mie sensazioni inerenti la perdita. Il fulcro intorno a cui la mia orbita si svolge è la perdita. E forse la perdita è il fulcro della vita.

Ovviamente la storia è più complessa.

Avevo parlato della perdita originaria, la perdita che non sono ancora in grado di lasciare andare (e forse non sarò mai in grado di farlo) e con questa la difficoltà che accompagna qualsiasi altra perdita abbia affrontato negli anni successivi.

Vado un po indietro ed un po avanti in modalità flusso di coscienza.

Sono sempre stato predisposto ad una visione del mondo piena di spleen, non è una cosa che è successa di botto, anche da piccolo ero un bimbo introverso.
Ricordo che intorno ai 4/5 anni passavo le serate alla finestra a guardare la luna e gridavo “voiooo luna”. Provo una grande tenerezza per quel bambino sognatore è come se lo portassi dentro di me e ne fossi diventato il genitore, il fratello e paradossalmente anche il figlio.

Sono sempre stato un sognatore, con la visione del mondo filtrata da questi ideali romantici ed un po malinconici. Di esempi ne potrei fare tantissimi  e non è un caso che abbia trovato libri e musica come compagni, specialmente nelle declinazioni romantiche, quelli che ti strappano l’anima di desiderio e nostalgia di infinito.

La genesi vera probabilmente è questa, una sensibilità spiccata per un bello ideale, proiettato dall’arte. E con quella luna mi fissai che volevo studiare Astronomia, che volevo conoscere gli astri. In un certo senso l’apparente fissità immutevole del cielo mi confortava. Per vie un po tortuose ci sarei arrivato, ma alla fine il cielo l’ho studiato per capire che il cielo vero è dentro di noi, quello fuori è talmente incredibile, che da solo dovrebbe convincerci di quanto piccini siamo e di quanto le nostre perdite siano parte di un equilibrio davvero troppo grande per un cervello umano.

Per la musica, sin da piccolo ero attratto dalla musica, il nonno di cui ho parlato e lo zio pianista (un fratello anche come differenza di età ci passavamo circa 20 anni) hanno facilitato questa propensione. Avevo un piano in casa, avevo lo zio che frequentava gruppi di musicisti e lo faceva di lavoro.
Lo aspettavo spesso sveglio al ritorno dalle sue serate, e mi raccontava cose, si parlava di musica, a volte si giocava ai videogiochi di notte, mi leggeva dei libri.

Lui e’ stato fratello, padre, amico, maestro di quel bambino. Tante cose ho imparato da lui, l’approccio alla musica, l’approccio all’improvvisazione, ed una certa visione della vita. Se sono l’uomo che sono, una buona parte è merito suo.
Andò via da Taranto per cercare fortuna nella musica quando io stavo per finire il liceo, praticamente in parallelo con la mia partenza per l’università.

Lui approdò in Liguria a 40 anni, io approdai in Toscana a 18.

Ci sentivamo spesso, al telefono, di notte, a volte lo sentivo strano, triste, aveva una gatta Seven, e prestò trovò anche una compagna.

Andavo a trovarlo in Liguria spesso nei fine settimana, per raccontargli delle mie esperienze musicali, dei miei studi, delle mie rinnovate conoscenze informatiche.
Come raccontavo nel primo post Genesi, la morte di Marianna, ci spiazzò, mi rase al suolo, io so benissimo dentro di me che c’e’ stato un prima e un dopo quel maledetto giorno di settembre.

Nel dopo l’unica persona con cui parlassi era lui, se con la mia famiglia quel dolore ci ha definitivamente allontanati, con lui ci unì ancora di più. Io mi sentivo in colpa per non aver avuto il coraggio di andare al funerale, di andare la cimitero, per non averla voluta vedere morta, e lui mi diceva : “alle volte bisogna usare gli occhiali da sole”.
Dopo la morte di mia sorella il mio corpo mi mandò subito segnali di pericolo, mi ammalai ripetutamente alla gola (le cose non dette?), e lui pazientemente mi “curava” l’anima più che il corpo.

Lo andai a trovare un paio di anni dopo la morte di mia sorella si era appena separato dalla sua compagna e viveva come un eremita, in una casetta sopra Finale Ligure, di quell’incontro solo io ho memoria, non ne ho mai parlato con nessuno, viveva in uno stato di abbandono molto forte, ebbi una brutta impressione, non c’erano vetri alle finestre, dormimmo nel freddo della notte, parlammo come sempre, bevemmo, discutemmo di musica e anima, di libri e poi io tornai a Pisa devastato nell’anima, sentivo che anche in lui si era rotto qualcosa.

Chissà cosa, il destino beffardo mi avrebbe impedito di capirlo, ricordo solo una telefonata di qualche giorno dopo nella notte con lui che mi diceva: “non fare come me, studia”.

Solo pochi mesi dopo mentre facevo il servizio civile, si ammalò di una grave forma di tumore cerebrale, che lo ha preso nella sua parte più preziosa e più bella, in appena 4 mesi si spense, perdendo la coscienza delle cose. Se la morte di mia sorella era stata tremenda per la perdita improvvisa nel caso di mio zio era stata tremenda perchè amavo il suo cervello ed il suo cervello non esisteva più.

Tentai di tutto da solo, San Raffaele, in giro per l’italia, ma di tempo non ne restava. Una mattina mentre ero a letto alle 5 squillò il telefono e sapevo cosa significava. Quella volta non riuscii a piangere nemmeno una lacrima il dolore che avevo ancora addosso non mi permetteva di farlo. Erano passati solo 2 anni e mezzo dalla prima perdita e mi trovavo a perdere un’altro fratello.

Quell’evento ha chiuso completamente i canali verso la mia famiglia, ed acuito quella mancanza di casa che mi segue da allora. Ed ha generato in rimbalzo dal primo evento una serie di eventi che hanno radicalmente modificato la mia vita. Ora ho capito che non c’e’ un bene ed un male, semplicemente la traiettoria è cambiata, non c’è una traiettoria giusta ed una sbagliata.

Purtroppo non era finita, ma di questo parlerò più avanti. Maxine e Donald Fagen me li aveva fatti conoscere lui dopo la trasmissione di rai stereo notte, ne parlammo, mi raccontò un sacco di cose, mi permise di scoprire altre cose.

Ecco perchè è un pezzo del mio cuore.

On Air : una mia vecchia versione di guarda che luna.

21 thoughts on “Genesi Parte II

  1. Leggere questi tuoi ricordi, il modo in cui ne parli, la dovizia dei particolari come se fosse successo tutto solo ieri, tutto questo fa capire che tuo zio, anzi fratello, c’è e ci sarà sempre, per tutto quello che ha saputo darti e che ancora continua a fare per te, perché ormai fa parte di te e nulla potrà mai portartelo via…..
    Il tempo passa, le persone, in un modo o nell’altro se ne vanno, ma quello che hanno lasciato sarà per sempre nostro e ogni volta che li ricordiamo e ne parliamo o seguiamo un loro consiglio, loro vivono in noi.

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  2. Persi mia nonna (la madre di mio papà) proprio nel 1995. E’ stata una perdita enorme che però inconsciamente avevo azzerato e di cui sono riuscita a piangere solo nel 2002. Tenere un dolore, accettarlo ed elaborarlo, non è una cosa facile. Misteriosamente però tu in questi flussi di coscienza ed in queste tue parole tiri fuori tutto il tuo amore per queste persone a te care e che hanno contribuito ad essere come tu sei. Ci saranno sempre nel tuo cuore.
    Ascoltare la tua musica è sempre emozionante.
    Un abbraccio.

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  3. Queste tue parole rimescolano la mia anima. Il dolore, la perdita sono solchi profondissimi che ci segnano per sempre. Non credo al fatto che il tempo guarisca tutti i mali, penso solo che il tempo ci aiuti a conviverci, a non essere più vittime del dolore acuto, ma certi dolori continuiamo sempre a portarceli dietro, quasi fossero una musica di sottofondo.
    Nel weekend, con una buona tisana e i miei due gatti voglio tornare sul tuo blog a leggermi tutto quello che mi sono persa. Intanto però ti voglio lasciare queste parole di Alain De Botton (in basso, in questo mio vecchio post: https://spirallinge.wordpress.com/2017/01/30/clearest-blue/ ). Si parla della solitudine e sull’essere persone complesse che spesso hanno delle difficoltà ad essere capite dal mondo strano che le circonda. Io non ero una bimba introversa ma sentivo di avere dentro della complessità, qualcosa di cui quasi mai potevo parlare ad alta voce con gli altri.

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    • Grazie, anche la mia anima era rimescolata mentre le scrivevo di getto. Hai ragione sai ti rispondo con una citazione di un libro a me caro “Tenera è la notte”
      ” Si scrive di cicatrici guarite, un parallelo comodo della patologia della pelle, ma non esiste una cosa simile nella vita di un individuo.
      Vi sono ferite aperte, a volte ridotte alle dimensioni di una punta di spillo, ma sempre ferite.
      I segni della sofferenza sono confrontabili piuttosto con la perdita di un dito o della vista di un occhio.
      Possiamo non perderli neanche per un minuto all’anno, ma se li perdessimo non ci sarebbe niente da fare. ”

      E’ così il tempo non cancella, ma trasforma, il dolore diventa malinconia, e diventa un qualcosa di tenero ed intimo. Conosco bene Alain De Botton, seguo con interesse la rubrica su internazionale e sono così d’accordo sul fatto che la complessità , la sensibilità, il fatto di vedere negli altri sempre un pezzzettino di se, complichino la vita a chi prova queste cose, e rendano complicate le relazioni. Grazie per il commento e per il desiderio di leggere le cose ho scritto. Saluta i tuoi due gatti 🙂

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      • Molto belle queste parole, le sento care e vicine. La riflessione che vorrei fare è su come poi il dolore e le cicatrici invisibili che ci portiamo dentro cambiano il nostro modo di percepire le cose e le persone. Il dolore spezza qualcosa dentro e in quello spezzare rinasciamo in modo diverso dal passato e sembra che quello che è stato, non sia più possibile.

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