Casa parte I

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Chagall – La casa blu

Ho da sempre cercato casa. Anche durante gli anni dell’unversità mi sorpendevo a pensare ad una casa mia, un posto in cui poter stare. A ben vedere questa ricerca non era campata in aria e dipendeva da alcune mancanze che avevo dentro di me.

A casa mia non mi sono mai sentito a casa, intendo con i miei genitori, sono riusciti in una specie di capolavoro, sono stati assenti ma opprimenti, una miscela micidiale, che è riuscita a farmi diventare un perfezionista camuffato, pieno di sensi di colpa ed incapace di provare piacere in maniera serena. E così la mia vita è stata un crescendo di apparenti scelte, in realtà scelte obbligate, per placare i sensi di colpa e compiacere questi genitori avidi. Ora non mi fraintendete, non sono stati dei mostri, ma hanno confuso molto bisogni fisici con bisogni psichici, bisogni fisici soddisfatti completamente, livello affettivo completamente assente.

Sono cresciuto dai miei nonni, e li effettivamente mi sentivo a casa ed accolto, andava via la coltre di oppressione che provavo. Ogni tanto mia madre si ricordava di avere un figlio e veniva a prendermi con me che tornavo a casa riluttante. Va bene sto divagando, ma questi post mi servono come il pane per mettere giù i pensieri, probabilmente non sono interessanti per nessuno che sia me, ma alla fine un blog può essere anche questo.

Ho aspettato il periodo dell’università come una manna dal cielo per liberarmi, volevo fare Astronomia, ma anche in quel caso per pressioni abbastanza subdole, optai per Ingegneria Aereospaziale, ma dopo due mesi decisi che non era roba mia e dirottai verso Fisica.

Il periodo universitario nei primi anni è stato magnifico, in un certo senso mi ha aiutato in una ristrutturazione di me stesso, rimane il problema che quando fai tutto da solo e le basi non sono solide, l’equilibrio è fragile e se sei fortunato le cose non crollano, se arriva la tempesta beh…. puoi farci poco, quello che hai costruito con pazienza, forza determinazione viene spazzato via in un secondo. La mia tempesta arrivo nel 1995, non ero pronto e arrivò proprio nel momento migliore della mia vita, in cui avevo apparentemente risolto molte delle mie problematiche. Lo avevo fatto grazie alla curiosità immane che mi contraddistingue, alla passione per il diverso, all’apertura mentale, alla capacità di provare empatia.

In un certo senso in quel periodo avevo davvero trovato casa, e mi sentivo a casa dentro di me e col mondo circostante, la sensazione di “despair” come dicono bene gli inglesi era svanita. Suonavo tanto, studiavo con passione immaginando un futuro in quell’ambito, ero innamorato di una ragazza splendida, ero felice. Ed effettivamente le ultime scene di vita quotidiana che mi regalano felicità sono legate a quel periodo.

Una mattina in bicicletta all’uscita dall’esame di Meccanica Celeste con Anna che mi aspettava e noi due in bicicletta insieme (lei sulla canna), con me che avevo brillantemente superato quell’esame col pensiero di lei che mi aspettava fuori dalla porta. Ed una domenica di luglio quando abbracciati in una stanza assolata di un appartamento ballavamo insieme Time after Time nella versione di Tuck & Patty. Ecco questi sono gli ultimi due momenti sereni in cui non avevo paura, non avevo aspettative e riuscivo a vivere nel momento in cui mi trovavo. Da quel momento in poi non sono più riuscito a ricostruire quella pace, ho fatto diversi tentativi, sono arrivato ad apparenti momenti di risoluzione ma evidentemente non avevo ben focalizzato che ero come un guerriero in esilio, ero in esilio fuori da me stesso, esiliato dal mio stesso io che mi impediva il ritorno a casa in quanto il dolore sarebbe stato troppo grosso.

E lascio la versione di time after time, quella scolpita nel mio cuore in quella domenica di felicità (ed è una vera canzone d’amore non di quelle lagnose che spesso si sentono in giro, ma anche di questo ne parlerò esplicitamente).

 

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