Esbjörn Svensson

Voglio dedicare un post, a questo grande pianista. Sono passati 8 anni dalla sua morte prematura, ed io ancora non riesco ad immaginare che non ci sarà un’altro disco del suo trio. Il percorso era così nuovo, così maledettamente promettente che non c’è spazio per rassegnarsi a non avere altra musica dalle sue mani. In questi 8 anni la mia vita si è arrotolata per i fatti suoi e continuo a provare molto affetto per questo giovane pianista svedese che a modo suo , potenza dei grandi, ha cambiato il corso alla mia vita. Un uomo mite e tanto umile, con un arte a livello europeo secondo me ancora inespressa.

La mia storia con Esbjörn e’ iniziata intorno al 2002, quando a dire il vero era già qualche anno che il trio era sulle scene Europee. Il disco Strange Place for Snow attirò immediatamente la mia attenzione anche per questo titolo così immaginificamente nordico. Il solito fascino del nord a cui non riesco a sottrarmi. Il brano che mi ha definitivamente legato al pianismo di Svensson e’ stato “When God created the coffebreak”. Ancora un titolo immaginifico, foriero di suggestioni come la musica che descrive. Una fuga “bachiana” cesellata dalla mano sinistra del pianoforte e dal contrabbasso del fido Dan Berglund. Una frenetica fuga che si apre improvvisamente su una distesa di quiete, raccontata dalle sospensioni del pianoforte, dopo una rincorsa geometrica, simmetrica, l’anisotropia del solo piano, una frenata repentina, dove e’ possibile apprezzare il lirismo così caratterizzante del pianismo di Esbjörn. Dopo questa strana commistione di neoclassico legato alla geometria di bach, all’anisotropia dell’universo con l’inaspettata apertura del piano, non ho avuto più scampo, la musica di questo trio tra i più influenti degli ultimi anni sulla scena europea è entrata indissolubilmente nel mio genoma musicale.

E allora con la maniacalità verticale che mi contraddistingue ho scoperto anfratti segreti, riparati, poco noti, del percorso musicale di Esbjörn, unico grande rammarico non averlo mai sentito dal vivo, mai rimandare a domani quello che non sai se potrai ancora fare, dalle cronache dei suoi concerti sembra che la musica del trio avesse una connotazione “sciamanica” che riesce a trasportare l’ascoltatore in un viaggio vibrante di emozioni e suoni, suoni non convezionali prodotti dall’uso innovativo di tutta la tavolozza timbrica che gli strumenti possono regalare , aggiungendo una sana commistione con l’elettronica (cosa che i soliti sacerdoti del jazz non gli hanno mai perdonato).

Esbjörn grande accompagnatore, oltre che leader, sono rimasto affascinato dalla potenza del “comping” voce-piano delle sue performance in duo, anche in quelle precoci (1993 Lyna Nyberg – Close) , già da questa prima testimonianza discografica è impressionante come saprei riconoscere ogni singola nota ed attribuirla senza ombra di dubbio a Svensson, una personalita’ fortissima che emerge, ma non invade la voce, si regala, offre tutta la sua sapienza armonica senza sovrastare la linea melodica.

Esbjörn amante dei classici, così legato a Monk, cui ha dedicato un disco pieno di sorprese e riletture innovative di una musica complessa, spigolosa, rileggendola alla luce della sua esperienza e sensibilita’ musicale (1996 EST plays Monk) , dove la versione di I mean you accompagnerà il percorso musicale del trio per tutti gli anni a seguire.

Esbjörn, pianista generoso verso il suo pubblico, pianista moderno nell’uso della tecnologia e dei mezzi non propriamente jazz (video, comunicazione web). Indimenticabile il video del brano From Gagarin’s Point of view (2003 From Gagarin’s Point of View).

Non voglio costruire una discografia completa, semplicemente cercare di tratteggiare appena la personalita’ musicale di questo pianista e di questo trio, la cui importanza , e di questo ne sono certo, aumenterà progressivamente con gli anni. Lascio un piccolo percorso musicale fatto di perle inedite tratte da performance live che forse riescono a disegnare meglio di tante parole l’arte e la poesia di questo pianista unico nel panorama musicale Europeo.

 

It was as if I could see straight inside her. And she had made up her mind. I knew it. It was an unmistakable feeling. I then understood that I had to speak to her. If she is going to jump, I will have to stop her. And somehow, distract her attention. Slowly, I begin to move towards her. She stays very strategically placed, exactly at the exit of the tunel as the train approaches the platform. And a bit too close to the edge. I come closer to her. Very, very carefully. Slowly. I understand that it is incredibly sensitive. I do not think very much. I feel I would just like to distract her. I come closer, maybe 10 meters away from her. I hear that the train approaches. And I hear that she hears. She makes herself ready. I come even closer. Very slowly… Now I am just 3 meters from her. Then comes the train… and the woman jumps, straight in front of it. The train buzzes. People scream. Everything stops. And I stood 3 meters from her… But I turn around and run away… It’s too much. I don’t see what happens. There, in front of my eyes, a person has taken her life, straight out into something else. Something which we don’t know anything about. And I can’t just look anymore. I run. The police is coming. People all around is in desperation. But I walk away…”

“Why do we exist? What are we doing here? And what makes some of us live with the spark of life inside us, while others lose it totally, and jump out? Jump over the border, away from life. Away from reality and, hopefully, pain. To something else totally unknown. These are for me big, incomprehensible questions. And in that moment the woman jumped, it became clear for me that there is no answer. There is no logic controlling our lives. There are no package solutions. Each and everyone of us must find the answer on our own. It doesn’t matter if one does so with the help of music, love, Jesus or drugs. There must be something that pushes us forward. And that makes us want to continue breathing…

About death and the meaning of life: “What guarantee do we have that the future will come? That we will be able to experience it? We generally live in our Western society separated from death. We don’t think about it. Talk seldom about it. Suppress it preferably. But suddenly, it hits us. Closeor at a distance. But almost always with astonishing power. Everything stays put. And we suddenly experience our fragility, our loneliness, our total powerlessness in front of death. It pushes us to a corner. Force us to resignate to it. Death has all the power. And we float in a complete uncertainty about the future. We know nothing. We have no guarantees. Life can finish anytime.”

“What shall we do with this terrible knowledge? How shall we act in this meaningless battle against an opponent over whom we can never win? Many take refuge in religion. Where one can find some form of guarantee in the belief of that what religion offers. If we believe in religion, whichever that may be, we get at least a belief of what is to come afterdeath. We can also pretend that we are immortal, and do in principle whatever we want, for money, and for the life that we expect to live, then when we can afford everything that we need to live a good life. But irrespectively of belief, money or social status, we can never be sure. Suddenly, it just stands there, beside us. A quick look over the shoulder, and we instinctively know who it is.”

“What we go through, what happens to us, that’s our life. My experience is that death can teach us to see what is important… That life is now.”

Esbjorn Svensson riflessioni sulla vita

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